giovedì 28 aprile 2011

Regione, “Inattuata la soppressione degli enti strumentali” – È quanto è emerso dalla relazione della Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti


                                                   
28 aprile, 2011 

Regione, “Inattuata la soppressione degli enti strumentali” – È quanto è emerso dalla relazione della Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti

CATANZARO – Lungaggini burocratiche, assoluta mancanza di una programmazione completa e puntuale, disattenzioni nell’attuazione delle normative. È il quadro emerso dalla relazione della Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti sullo stato di attuazione della legge per la soppressione e la liquidazione degli enti strumentali della Regione. Carrozzoni inutili, spesso dannosi per l’economia calabrese, è stato evidenziato, che restano attivi o non ancora completamente cessati nella loro attività.
Il magistrato relatore, Giuseppe Ginestra, ha formulato i risultati della ricerca della magistratura contabile che si è concentrata su Arssa, Afor e sulle Ardis di Catanzaro e Reggio Calabria, soppresse con legge regionale numero 9 del 2007.
La magistratura contabile ha evidenziato che “la Regione ha lasciato completamente insoddisfatte le esigenze di riforma strutturale del comparto e di razionalizzazione della spesa pubblica”. E questo perchè, è scritto nella relazione, “restano tuttora sul campo, a mano a mano sempre più aggravate ed aggravandosi, le rilevanti distorsioni operative ed organizzative determinatesi in conseguenza della metodologia estemporanea adottata nel processo di inattuata liquidazione di Afor e Arssa”.
È un’analisi molto critica, dunque, quella redatta dalla Corte dei Conti, che ha ricordato come “le ripetute proroghe in questi quattro anni, concesse, pedissequamente di sei mesi in sei mesi, ai vari commissari liquidatori di Afor e Arssa, hanno accresciuto lo stato generale di confusione e incertezza, generato anche dall’assenza totale di strategie finalizzate a garantire indispensabili momenti di coordinamento e di indirizzo”.
Un meccanismo bocciato, dunque, dalla magistratura contabile che ha evidenziato come l’unico ente di cui è stata avviata la liquidazione è l’Ardis di Reggio Calabria, mentre per quello di Catanzaro è stata ripresa “la carenza di sinergia tra due sistemi istituzionali, l’Università “Magna Graecia” e la Regione”.
Dal punto di vista strettamente economico e finanziario, la relazione ha evidenziato che l’ente regionale ha erogato, complessivamente, ai quattro enti in liquidazione per il periodo 2005/2009 la somma di oltre 1.140 miliardi di euro. A questo importo si sommano altri contributi statali ed entrate proprie, per un totale di oltre 1.568 miliardi, mentre le spese complessive ammontano a 1.581 miliardi.
Questa fase di mancata applicazione della legge e le incertezze che da questo deriva, ha fatto in modo, è scritto nella relazione, che l’Afor non abbia nemmeno trasmesso i propri bilanci dal 2007 ad oggi al dipartimento regionale Bilancio e programmazione, con i rendiconti dell’Afor non sono mai stati approvati dalla Giunta regionale per come previsto dalla legge.
Per quanto concerne l’Arssa, situazione analoga riguarda la mancata approvazione dei rendiconti da parte della Regione, mentre nel 2008 è stata istituita una commissione congiunta che è ancora al lavoro per verificare tutte le condizioni dei bilanci. In questo contesto, il magistrato relatore ha dichiarato che “non si hanno elementi per ritenere che la Regione si sia posta il problema della confusa e contraddittoria situazione, dalla quale emerge la grave carenza di guida gestionale e coordinamento elementare”.
Rispetto alle Ardis, la situazione più “eccentrica”, come l’ha definita Ginestra, è quella della struttura di Catanzaro che “legislativamente soppressa fin dal 2007, di fatto – è scritto nella relazione – non è mai stata posta in liquidazione, in quanto non è mai stata resa possibile la sottoscrizione dell’apposita convenzione tra l’Università “Magna Graecia” e la Regione”.
Così, alla guida dell’Ardis di Catanzaro c’è un commissario straordinario nominato il 22 gennaio 2007, con un Collegio dei Revisori dei conti che risale al 2004, quindi di fatto scaduto nel suo mandato. In questo contesto, è stata affermata l’assoluta carenza delle residenze universitarie, la cui realizzazione, secondo la Corte dei Conti, è segnata da “lungaggini burocratici, ritardi cronici, inadeguatezza di capacità di cooperazione interistituzionale”.
Inoltre, è stato rilevato che “i rendiconti dell’Ardis di Catanzaro non sono mai stati oggetto di approvazione da parte dei competenti organi regionali. Tutto ciò – scrive il magistrato relatore – si riverbera a danno della popolazione studentesca dell’Università Magna Graecia di Catanzaro”.
Diversa la situazione dell’Ardis reggina, per la quale è stata disposta la soppressione e nel 2008 è stato approvato uno schema di intesa tra l’agenzia e l’Università Mediterranea, avviando la fase di liquidazione che è ancora in corso.

sabato 16 aprile 2011

La Regione Calabria si candida ad ospitare il Premio Viareggio

REGGIO CALABRIA - L’Assessore regionale alla cultura Mario Caligiuri, a nome del Presidente della Regione Giuseppe Scopelliti, ha comunicato alla presidentessa del Premio “Viareggio Repaci” Rosanna Bettarini che “La Calabria si candida ad ospitare il Premio Viareggio a Palmi, assicurando il massimo sostegno possibile".


La proposta si spiega con l’intenzione degli organizzatori del Premio letterario, creato da Leonida Repaci, di divorziare dal Comune di Viareggio che lo ha ospitato per 36 anni. Il Presidente Scopelliti ha dichiarato che "sarebbe bello radicare uno dei premi letterari più importanti d’Italia a Palmi, dove è nato lo scrittore che lo ha inventato e reso importante nel mondo". La Presidentessa Bettarini ha risposto che si tratta di un’ "idea da prendere in seria considerazione". L’avvenimento nacque all’improvviso nell’estate del 1929. E’ difficile stendere bilanci o consuntivi dell’attività svolta in questi decenni. I fatti parlano da soli e i nomi dei premiati e dei giurati sono già entrati in massima parte nell’olimpo delle patrie lettere.
Un premio – a memoria d’uomo - nato quasi per gioco e per la scommessa personale di tre amici sotto un ombrellone, ma che si è sùbito trasformato in un’occasione di verifica e di confronto per chi ama il mistero della creazione letteraria e del non meno affascinante rapporto tra letteratura e società, tra letteratura e realtà, tra lo scrittore e il lettore suo complice e fratello.
Sulla sabbia del tempo poche volte l’ombra d’un ombrellone è stata più creativa. Un Premio che non si crogiola nei cenacoli e nelle accademie e che grazie alla sua formula specifica ha guadagnato fama, e soprattutto popolarità, perché prodigo ogni anno d’una sorpresa e d’un’invenzione nuova; sempre imprevedibile e fin dalla sua nascita intonato ad una città, Viareggio, fiera della sua storia e della sua vocazione artistica. Potremmo anzi dire che il Premio è talmente identificato con la città da rendere difficile immaginare l’uno senza l’altra. Da qui la ragione primaria della sua continuità, accortamente assicurata dal fondatore Leonida Rèpaci mediante un accordo con la Città solennemente sancito da atti pubblici e rogiti notarili, in base ai quali il Premio conserva intatte l’assoluta indipendenza e la completa autonomia da qualsiasi forma di potere che non sia quello unico dell’onestà intellettuale delle persone che soltanto per passione civile, amore per le lettere e per spirito di servizio animano il Comitato di Gestione e la Giuria.
Senza voler dare ad intendere di propendere per il mantenimento del Premio a Viareggio o il trasferimento a Palmi, sembra doveroso osservare che sarà almeno problematico per la presidentessa Rosanna Bettarini deciderne le sorti.

giovedì 14 aprile 2011

Gioia Tauro / Allarme dissesto idrogeologico.

Gioia Tauro / Allarme dissesto idrogeologico. Docenti e politici sulle conseguenze di una possibile esondazione del fiume Budello. Il sottosegretario Torchia: «Per la prevenzione pronti 4,5 milioni di euro» (QdC)



www.ilquotidianoweb.it 11 Aprile 2011 GIOIA TAURO - Nell'auditorium dell'istituto “Severi” a confronto sul dissesto idrogeologico in Calabria. L'argomento è stato affrontato sotto un duplice aspetto: la previsione e la prevenzione dei danni di un'eventuale esondazione del fiume Budello. L'incontro è stato promosso dal comitato “Sicurezza e difesa del fiume Budello”. Ha introdotto i lavori il geologo Giovanni Andiloro che, dopo i saluti di rito, è entrato nel vivo della questione proponendo un video shock sull'esondazione del fiume. Sono seguiti gli interventi degli specialisti, il primo dei quali, Fabio Scarmiglia, docente di geomorfologia e ricercatore, che ha spiegato le peculiarità del territorio calabrese, composto da bruschi cambiamenti morfologici dovuti alla vicinanza delle coste alle catene montuose. Successivamente ha descritto le numerose frane e gli altrettanti straripamenti che il nostro territorio ha subito nell'ultimo secolo. Con l'aiuto di una cartina ha spiegato le cause che sono alla base di tante catastrofi. Poi, Vincenzo Tripodi, ricercatore all'Unical, si è concentrato sul caso del Budello. Attraverso alcune fotografie Tripodi ha fatto notare come la foce del fiume sia sostanzialmente pulita mentre, addentrandosi nell'abitato gioiese, il flusso d'acqua diventa sempre più ostacolato da detriti. La relazione di Francesco Violo, presidente dell'Ordine calabrese dei geologi, è stata caratterizzata, anch'essa, da una descrizione di eventi alluvionali in Calabria dal 2008 al 2010. Il presidente ha proposto un meccanismo di prevenzione e previsione, parlando di presidi territoriali tecnici permanenti, composti da geologi e ingegneri idraulici, che dovrebbero porre rimedio al problema o almeno limitarlo. Violo ha rivolto una critica sulla mancata revisione dei piani di assesto. «Non viene - ha detto - aggiornato il monitoraggio dei territori della Piana o viene fatto di rado; ciò provoca eventi imprevisti». Maurizio Ponte, docente dell'Unical, ha citato i richiami normativi riferiti alla gestione del territorio da parte dei comuni, mettendo in evidenza quando e come la legge permette d'intervenire per la stabilizzazione e la messa in sicurezza delle zone a rischio, ossia metodi di stabilizzazione e bonifica dei versanti come reti paramassi, funi e chiodi, soluzioni ritenuti fondamentali dall'esperto. Giuseppe Bombino, ricercatore della Mediterranea di Reggio, ha fatto notare che l'esondazione del Budello è avvenuta in prossimità di ponti e attraversamenti che hanno bloccato il flusso d'acqua. Per il ricercatore la pioggia è stata una delle cause meno importanti dello straripamento. Da parte sua, il presidente del comitato promotore del convegno, Rocco Sciarrone, si è lamentato della disparità di trattamento tra il Veneto e la Calabria. Chiude Franco Torchia, sottosegretario regionale Protezione civile, che ha illustrato la necessità di ripristinare un meccanismo di prevenzione di eventi catastrofici: «Per questo sono stati stanziati 4,5mln di euro solo per il Budello. L'impegno, dunque, è massimo».

giovedì 7 aprile 2011

Palmi imternet cittadino


 

giovedì 7 aprile 2011


Palmi / Accordo tra il Comune e la Telecom. La città viaggia sui binari delle nuove tecnologie. Internet sarà gratuito (GdS)


www.gazzettadelsud.it 07/04/2011 Giuseppe Mazzù PALMI Per il progetto “Palmi Città digitale”, realizzato in collaborazione tra Comune e Telecom nel giro di pochi mesi, è stato martedì il momento della presentazione ufficiale. Due gli obiettivi: servizi telefonici moderni al Comune e servizi Wi-Fi nel centro cittadino e nelle località turistiche della Tonnara. A illustrare il progetto che consentirà l’accesso gratuito ai servizi di internet nei punti chiave della città è stato il sindaco, Ennio Gaudio, assieme i funzionari della Telecom Giuseppe Cortese e Renato Castanò; alla presentazione hanno partecipato l’assessore Giuseppe Isola, il consigliere Marilù Zaccuri e la responsabile del settore informatico dottoressa Scanzo. Il sindaco ha dato atto dell’impegno dei tecnici della Telecom a realizzare buona parte del progetto, ancor prima della scadenza dei tempi previsti. «Tre erano gli obiettivi: miglioramento della trasformazione digitale del sistema telefonico degli uffici comunali; attivazione di 5 punti Wi-FI per il collegamento via internet aperto a tutti i cittadini, previa registrazione e integrazione del sistema di video sorveglianza, con la copertura di nuove zone rispetto al sistema realizzato con il Pon Sicurezza. Di questi tre obiettivi – ha proseguito – i primi due sono stati già stati raggiunti, il terzo si sta realizzando». A illustrare i particolari del progetto è intervenuto il dott. Giuseppe Cortese. «Il progetto “Palmi Città digitale” – ha affermato – è innovativo e pone il territorio di Palmi all’avanguardia in questo campo. Per la parte delle comunicazioni telefoniche degli uffici comunali e per il sistema Wi-Fi è già tutto funzionante. In particolare per quanto riguarda tale sistema, sono stati attivati 5 Hot-spot che consentono la copertura di buona parte del centro cittadino. I punti di collegamento sono localizzati in Piazza Primo Maggio, Piazza Matteotti, Piazza Amendola e Villa Comunale. Per quanto riguarda la costa per il momento il servizio compre la località della Tonnara ». Sulle procedure per potersi collegare Cortese ha sottolineato la semplicità dell’operazione: «Alla richiesta di procedere alla registrazione dell’utente bisogna fornire un numero di cellulare e su di esso perverrà un messaggio con ID e password che apriranno l’accesso a Internet in modo completamente gratuito. Considerato che in quell'area orbitano i principali uffici della città il servizio costituirà una grande opportunità per l’intera comunità». Il sindaco Ennio Gaudio, ha poi ricordato che l’intera operazione non ha comportato spese alle casse comunali che, invece, hanno potuto conseguire un risparmio sulle stesse spese telefoniche.



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nuovo ospedale a palmi aprile 2011



mercoledì 6 aprile 2011

Palmi / Due importanti obiettivi centrati dall’Amministrazione Risorge il cine-teatro Sciarrone. Svincolata l’area del nuovo ospedale (GdS)


www.gazzettadelsud.it 06/04/2011 Giuseppe Mazzù PALMI Ci sono voluti tre anni per affrontare e superare i complessi vincoli di natura giudiziaria che insistevano sull'edificio del Cinema Teatro Sciarrone, acquisendo così al patrimonio del comune l’edificio e ponendo le basi per colmare la grave lacuna della mancanza di un importante spazio culturale. È stato il sindaco Ennio Gaudio, nel corso di una conferenza stampa, a dare l’annuncio che era stato stipulato l’atto di acquisto del cinema, chiuso da circa vent'anni: «Palmi di riappropria – ha sottolineato – della possibilità di disporre di una struttura destinata ad attività di aggregazione sia nel settore del tempo libero che in quello culturale e pubblica, per porre fine a quella che rappresenta una menomazione all’immagine culturale della città». Parole di grande riconoscenza e di ringraziamento il sindaco Gaudio ha avuto nei confronti degli eredi Sciarrone, proprietari dell’immobile: «Non solo hanno dato il loro assenso all’operazione di acquisto da parte del comune, ma hanno dimostrato di apprezzare in modo particolare che l’opera costruita dal loro congiunto potesse proseguire nel futuro nella funzione sociale e culturale al servizio della città». A questo proposito il primo cittadino ha anche evidenziato che, gli stessi, si sono assunti l’onere delle spese degli atti che in genere sono a carico degli acquirenti. L’atto di acquisto è stato stipulato dinanzi al notaio Rita Rossella Tripodi di Sant'Eufemia d’Aspromonte e ha comportato una spesa di 942.516,00 euro, tre assegni destinati oltre che agli eredi Sciarrone anche alla massa dei creditori, essendo lo stabile al centro di una procedura fallimentare. Somma per la quale il Comune ha acceso un mutuo con la cassa depositi e prestiti. Alla conferenza hanno presenziato l’avv. Salvatore Silvestri, l’ing. Antonello Scarfone gli assessori Nunzio Lacquaniti, Domenico Minasi, Giuseppe Isola; il presidente del consiglio Domenico Scalfari; i consiglieri Marilù Zaccuri e Nino Mercuri, la dottoressa Mirella Foti. Sull'iter il sindaco ha rimarcato il decisivo ruolo avuto dall’avv. Salvatore Silvestri, oggi, segretario dell’Autorità portuale a Gioia Tauro, ma a suo tempo vice sindaco. Salvatore Silvestri ha ripercorso le tappe della complessa procedura: «La svolta si è determinata con la manifestazione d’interesse finalizzata all’acquisto presentata al Tribunale di Palmi e accolta dal giudice, dott Antonio Salvati che, acquisito l’assenso degli eredi e del giudice delegato dottoressa De Rentiis e sentito il comitato dei creditori, con la nomina di un CTU del Tribunale civile ing. Francesco Carrozza, consentiva la determinazione del prezzo. Il bando della Regione Calabria destinato ai progetti integrati per la riqualificazione, recupero e valorizzazione dei centri storici consentiva la presentazione di un progetto preliminare, per ottenere il finanziamento. Nel mese di maggio 2009 veniva firmata la convenzione tra Regione e Comune quale soggetto attuatore. La delibera unanime del consiglio comunale – ha concluso Salvatore Silvestri – per l’acquisto e l’accensione del mutuo non esauriva l’iter che ha dovuto superare ulteriori difficoltà». Positivo il commento degli eredi Sciarrone. Ennio Gaudio ha concluso con l’impegno di adoperarsi per completare l’opera di recupero, il cui progetto è stato affidato all’ing. Antonello Scarfone. Ma per il comune di Palmi c’è un’altra notizia importante: l’approvazione da parte del Consiglio provinciale di Reggio Calabria, con voto unanime, di una delibera che ha completato l’iter per la concessione definitiva del suolo di 8 ettari appartenenti alla Scuola Agraria all’Asp n. 5 di Reggio Calabria, suolo destinato alla realizzazione del nuovo ospedale della Piana
 
 

sabato 2 aprile 2011

Calabrian Mountains






Una visione d’insieme del territorio calabrese mette in evidenza l’importanza che ha il rilievo nella geografia della regione, dove le pianure e le aree sub-pianeggianti e collinari rappresentano solo una ridotta percentuale della superficie totale.
Degradando verso i due mari, disegnando coste piuttosto frastagliate, arcuate da golfi e irte di capi, l’Appennino Calabrese, staccandosi da quello Lucano, si erge sull’acrocoro della Sila, si prolunga nella Catena delle Serre e, quindi, si alza di nuovo davanti allo Stretto di Messina, nel massiccio dell’Aspromonte.
Ultimo balzo dell’Appennino Lucano, imponente sul confine con la Basilicata è la Catena del Pollino, che culmina nella Serra del Dolcedorme (m 2271), nel monte Pollino (m 2248), nella Serra del Prete (m 2186).
Dai suoi fianchi scendono numerosi corsi d’acqua, dei quali il più importante è il fiume Cosciale, che, bagnata la conca di Castrovillari, esce dalla piana di Sibari e va ad affluire nel fiume Crati.
Tra il massiccio del Pollino e il mar Tirreno si erge il gruppo dei monti di Lungo, Verbicaro e Orsomarso, detti anche di Montea. Cime che raggiungono i 2000 metri, un susseguirsi di alture, di vallate, di selve e di torrenti incontaminati, che fanno di questo posto uno degli angoli più belli dell’Italia meridionale.
Nei monti di Orsomarso, dove si può ammirare il lembo di foresta più suggestivo e vergine dell’Appennino, su terreni calcari triassici dolomitici, poco conosciuti dai turisti, vegetano, accanto ai faggi, il pino nero e il pino loricato.




Non mancano vasti piani carsici a pascolo e lembi di bosco in cui vegeta qualche raro esemplare di abete bianco e, nella valle dell’Abatemarco, un paesaggio inconsueto: creste rocciose ricoperte di selve, con alberelli di faggio, piegati a bandiera dai venti che soffiano in direzioni costanti. Anche la fauna reperibile su questo monte è degna di attenzione sia per la ricchezza e l’eterogeneità che per la rarità degli esemplari.
Un fenomeno che incuriosisce molto in questo massiccio è quello della Pietra Campanara: un pinnacolo alto decine di metri, creato dall’erosione della roccia calcarea, con il vertice ricoperto di macchia mediterranea.
Uno spettacolo incantevole offre il versante tirrenico, in prossimità del fiume Lao, dove la montagna presenta pareti, dirupi e valloni di colore rosa, che al tramonto del sole creano mille riflessi.
Alla dorsale sud-occidentale del monte Pollino, con direttrice nord/nord-ovest e sud/sud-est, si allaccia la Catena Costiera che si spinge fino al golfo di S. Eufemia con valli boscose e profonde che si aprono sul litorale tirrenico, adornato dalle uniche isolette della Calabria: isola di Dino e isola di Cirella.
La Catena Costiera, nel suo tratto terminale, si biforca in due rami: uno si arresta a nord della foce del fiume Savuto, l’altro, con un’ampia deviazione dell’orientamento originario va a costituire la catena di monte Repentino e monte Portella che domina la depressione tra Sant’Eufemia e Catanzaro. Il monte più alto della Catena Costiera è il Cocuzzo (m 1541).
Tra il corso meridionale del fiume Savuto e la piana di Sant’Eufemia, vi è il monte Mancuso (m 1328), non molto conosciuto ma sicuramente interessante per gli aspetti di grande valore naturalistico.
E’ qui possibile ammirare enormi esemplari di pino domestico dalla caratteristica forma a ombrello che dominano i campi coltivati e, subito dopo i campi coltivati, l’immensa foresta, boschi estesi di roverelle, castagni, ontani napoletani, carpini, aceri e faggi, alberi di agrifoglio. Presso i torrenti che attraversano il monte, un affascinante spettacolo di felci, muschi ed epatiche.
Risalendo dal monte Mancuso verso Cosenza c’è il gruppo montuoso più bello della regione e uno dei più affascinanti d’Italia: la Sila. Esso è formato dal grandioso massiccio granitico che dal cuore della Calabria avanza come una tozza penisola tra il golfo di Taranto e il golfo di Squillace. Paesaggio pacato e solenne, terra dei grandi laghi e di pinete interminabili, la Sila, contornata da fianchi dirupati, si presenta con una serie di altipiani sui mille metri di altitudine, ondulati da rilievi le cui cime maggiori sono quelle del Botte Donato (m 1929), del Montenero (m 1881) e del Gariglioso (m 1765).
Il suolo, originato dalla disgregazione di graniti, dioriti, micascisti e porfidi, offre un ambiente naturale diverso dal consueto appenninico a cui si aggiungono il clima oceanico, in contrasto con quello caldo della vicina costa e la ricchezza delle acque.
Meraviglia della Sila sono le maestose foreste di pini e di faggi che rivestono gli altipiani, che le fanno meritare il nome di “gran bosco d’Italia”. Lo stesso nome della Sila deriva dal latino “Silva Brutia”, che ricorda la sterminata selva dei Bruzi, passata poi ai Romani, che la sfruttarono per costruirvi navigli e basiliche. Ancora oggi gli alberi di queste selve, vicine al mare e ai fiumi, recisi al piede, sono trasportati ai porti vicini, e da qui al resto dell’Italia, per la costruzione di navi e case.



Quelli che invece crescono lontani dal mare e dai fiumi, fatti in pezzi, vengono utilizzati per costruire remi, aste per attrezzi militari, vasi domestici; dalla parte degli alberi più resinosa viene, invece, ricavata la pece.
La storia della Sila comincia nel periodo romano, quando migliaia di ettari di bosco furono destinati a pascolo. Successivamente, al tempo delle incursioni saracene, vennero creati i primi centri abitati, i “casali”. Durante la dominazione normanna, dal 1200 al 1300, sorse nella valle del Neto il convento di San Giovanni in Fiore e la Sila, che era un territorio demaniale, fu divisa in due zone: la Sila Regia della corona e la Sila Badiale del monastero.
Tale situazione fu confermata da un editto di Roberto D’Angiò che stabilì i confini tra le due zone. Tuttavia, la lontananza dei luoghi, l’impraticabilità degli stessi, la mancanza di strade portarono la Sila a diventare regno di briganti e preda di usurpatori che privatizzarono alcune zone, in continuo contrasto con gli abitanti di Cosenza e dei casali, dando luogo a secoli di distruzioni e incendi dolosi.
Con la caduta dei Borboni, le popolazioni locali, prive di ogni scrupolo, incendiarono grandi estensioni di bosco per ridurle a pascolo e a colture estensive. Non meno deleterio fu l’intervento dello Stato che divise il demanio tra i comuni silani, mantenendo solo quelle zone destinate alle costruzioni navali.
Solo nei decenni successivi si è dato avvio ad una campagna di riacquisto che ha portato alla ricostruzione di un demanio di 33000 ettari, alcuni dei quali appartengono attualmente alla Regione. Nonostante le speranze riposte nella realizzazione del Parco Nazionale della Calabria, la più bella foresta del Mezzogiorno ha perso molto del suo splendore a causa degli insediamenti residenziali, degli impianti turistici e della costruzione di strade che non hanno avuto riguardo alcuno dell’ambiente.
L’acrocoro silano comprende: la Sila grande, al centro; la Sila greca a nord; la Sila piccola a sud, in territorio catanzarese.
La Sila grande è la più ricca di flora e di fauna, la più suggestiva, ma anche quella dove l’uomo ha lasciato tracce più marcate del suo passaggio. Qui, accanto alla flora tipica, si possono ammirare molte piante introdotte artificialmente: larici, abeti rossi, betulle, castagni e pini silvestri. Il sottobosco non è molto ricco, presenta solo pochi arbusti; in compenso, l’ombra delle immense conifere favorisce la diffusione dei funghi commestibili e non.
Solo quando la pineta degrada, affiora un sottobosco ricco di felci aquiline. Molto ricca e interessante è anche la fauna che va dagli animali tipici della montagna, alle varie specie di volatili, ai pesci dei fiumi e dei laghi silani.
La Sila piccola, fino a poco tempo fa era la zona più selvaggia e poco frequentata, ma, oggi, molte strade hanno facilitato l’accesso all’uomo ed ha perso molto del suo aspetto originario. Per secoli è stata celebrata la foresta del Gariglione, che deve il nome al cerro (in calabrese gariglio), come una foresta vergine, incontaminata, unica in Europa che accoglieva pini e abeti barbuti e colossi vegetali di straordinarie dimensioni. Oggi quei colossi sono stati abbattuti per degradare l’ambiente e preparare l’erosione del terreno, per cui gli unici superstiti sono i faggi, gli abeti bianchi, gli ontani, i pioppi e il pino laricio. La scure dell’uomo non ha risparmiato neppure il bosco di Armento Mazzaforte, ridotto ora ad una fustaia artificiale.
L’aver tolto alla foresta le sue caratteristiche naturali ha avuto come conseguenza anche l’impoverimento della fauna originaria che non ha più trovato angoli in cui rifugiarsi per sfuggire all’uomo devastatore.
La Sila greca, così chiamata perché nel Medioevo vi si stabilirono moltissimi Albanesi, è la più aspra e brulla delle tre Sile. Brani letterari testimoniano comunque un passato unico per la ricchezza della flora e della fauna.
Esemplari sopravvissuti sono oggi il lupo, il cinghiale, lo sparviero, l’aquila reale e perfino il rarissimo avvoltoio degli agnelli, proveniente dalla penisola balcanica.
La flora, invece, degna di interesse, è possibile reperirla nelle vicinanze del monte Paleparto, soprattutto nella pineta di Gallopane, nella zona del Cupone o nel bosco Lamparo, ricco di enormi rovere, rifugio di ghiri e gatti selvatici.
Prosegue l’Appennino Calabrese con la Catena delle Serre, gruppo di belle montagne granitiche e ricoperte di fitta vegetazione, che prendono il nome di Gran Serra, Serra San Bruno e Serra di Vibo Valentia e collegano la Sila all’Aspromonte, culminando nel monte Pecoraro (m. 1420) e nel monte Crocco (m1268). Si tratta di due catene che procedono parallele, separate dalla valle dell’Ancinale. Il fiume Mesina le divide dal tavolato del Porro, alto 500 metri, proteso nel Tirreno con un caratteristico sperone che culmina nel Capo Vaticano, una delle località più suggestive del Mezzogiorno.
Nonostante i profondi cambiamenti, il paesaggio delle Serre è un quadro stupendo di pascoli e boschi e vastissime foreste, soprattutto quelle concentrate intorno a Serra San Bruno, sulle pendici del monte Pecoraro, o le celebri selve di Mongiana, Stilo e Ferdinandea.
Dall’alto delle Serre balza evidente la differenza tra il litorale ionico e quello tirrenico. Il primo, che dopo Punta Stilo procede fino al Capo Spartivento, è fiancheggiato da aride colline di marna, scavate da fiumare, visibili dalla strada tra Locri e Cittanova. Solo qualche cittadina, fra cui Locri, memore dell’antico e glorioso centro della Magna Grecia, anima la solitudine della marina.
Il litorale tirrenico, la celebre Costa Viola, è il tratto di costa più bello e famoso: lungo di essa si susseguono baie luminose, orlate di spiagge, scogliere fantastiche, strapiombi di roccia che si immergono nelle acque dalle trasparenze talora viola e talora smeraldo.
Raggiungendo le Serre dai giardini e dagli agrumeti di Vibo Valentia o da Stilo, che corrispondono ai versanti tirrenico e ionico del massiccio, si ha un susseguirsi di ambienti continui e variati: grandi estensioni di oliveti, ai quali fanno seguito, più in alto, campi intercalati a boschi di castagni, e poi dolci pendii di abetine oppure strette forre rocciose verdeggianti di lecci.


L’ultimo balzo della catena Appenninica è il massiccio dell’Aspromonte, un acrocoro che dalla sua vetta più elevata, il Montalto (m 1959) si espande a raggiera.
Tutto intorno una serie di colline a terrazze degrada verso i due mari dando luogo a paesaggi diversi sui due versanti: quello tirrenico degrada in una serie di ampie gradinate, detti piani ad alta quota e campi a bassa quota ed offre uno spettacolo di rocce granitiche, scisti micacei e quarzosi, filladi; quello ionico presenta formazioni terziarie, arenarie grossolane e conglomerati, sovrapposte ai micascisti.
Due importanti strade congiungono i due mari incontrandosi nella splendida conca di Gambarie, a 1300 metri di altitudine, dove i turisti affluiscono sia in estate per godere il fresco di dolcissime praterie e deliziose faggete, sia in inverno per sciare lungo i declivi del Montalto, animato da alberghetti, sciovie e seggiovie.
Ma accanto a questo Aspromonte incantevole e sereno, c’è un altro Aspromonte che mostra aspetti sconvolti, desolati o addirittura selvaggi, che ha conservato lo stesso volto di quando, millenni or sono, emerse dalle acque in seguito a grandiosi sconvolgimenti tellurici.
E’ l’Aspromonte dei picchi scoscesi e quasi inaccessibili su cui sorgono numerosi paesini che, visti da lontano, solitari e quasi confusi con la roccia, sembrano sospesi tra cielo e terra.
E’ l’Aspromonte delle fiumare che solcano con profonde gole, i ripidi gradini fra un ripiano e l’altro, scendendo a raggiera dai fianchi della montagna. Solo poche di queste fiumare sono ricoperte di splendida vegetazione. La maggior parte presenta greti biancheggianti aridi e sassosi e si gonfiano in inverno di acque impetuose che, precipitando con fragore spesso arrecano distruzione e rovina.
E’ l’Aspromonte su cui l’uomo da secoli deve sostenere una durissima lotta contro una natura avversa e a volte crudele.
E non solo l’uomo, anche la vegetazione, pur ricca e varia, a causa dell’aridità del clima, ha dovuto assumere speciali adattamenti xerofili, come è avvenuto per il castagno, il faggio e l’abete bianco.
Tuttavia sono presenti tutte le specie della flora tipica delle montagne appenniniche meridionali, dalle colture di agrumi, viti e olivi della costa, ai fitti boschi delle quote più elevate.







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Il governatore della Calabria Scopelliti ha istituito il Comitato di Coordinamento delle Strutture di supporto per le emergenze idrogeologiche: sarà la cabina di regia degli interventi
Mercoledi 30 Marzo 2011 - Dal territorio -
Il Presidente della Regione Calabria Scopelliti comunica di aver firmato un'Ordinanza Commissariale che istituisce il Comitato di Coordinamento delle Strutture di Supporto al Presidente della Regione Calabria, in qualità di Commissario Delegato per le emergenze idrogeologiche in Calabria. Il Comitato - informa una nota dell'ufficio stampa della giunta regionale -coordinato dal Dirigente Generale del Dipartimento Regionale Infrastrutture e Lavori Pubblici Giovanni Laganà, è costituito dai responsabili delle Strutture Commissariali operanti per far fronte ai diversi contesti emergenziali vigenti nella regione Calabria, e ne dovrà garantire un'efficace sinergia operativa.
"Troppe volte, in passato - afferma il Presidente Scopelliti - è mancata una visione d'insieme nella gestione dei diversi stati di emergenza che interessano la nostra Regione e che, purtroppo, si sovrappongono determinando un'amplificazione delle singole problematiche. Il Comitato che ho istituito - spiega il Governatore della Calabria Scopelliti - vuole rappresentare la cabina di regia dalla quale effettuare, in un'ottica unitaria, la gestione complessiva delle attività affidate dalle Ordinanze di protezione civile al Presidente della Regione in qualità di Commissario Delegato per le emergenze idrogeologiche".


Il Comitato avrà, quindi, il compito di garantire il coordinamento delle strategie operative delle molteplici gestioni commissariali, di sostenere lo sviluppo e l'adozione di metodologie e buone pratiche omogenee rispetto ai contesti emergenziali da fronteggiare, di assicurare, in ottica integrata, un'efficace comunicazione istituzionale sugli obiettivi perseguiti, sulle procedure adottate e sui risultati raggiunti dalle Strutture commissariali e di proporre modifiche e/o integrazioni alle Ordinanze Commissariali già emanate. Il Comitato, inoltre, dovrà esprimere il proprio parere al Presidente della Regione Calabria, ai fini dell'intesa, sulle proposte di Decreti e di Ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri, da emanare ai sensi della L. 225/92, in materia di eventi meteorologici avversi e di dissesto idrogeologico.


COMUNICATO:

Convegno (Giovani Laureati per l'Ambiente Calabria)  "Il dissesto idrogeologico dall'emergenza alla previsione e prevenzione: Esondazione Fiume Budello" 09/04/2011 - Gioia Tauro

Inchieste Italia SITUAZIONE MARE e FIUMI


I mari italiani (e non solo i mari) risultano essere tra i più inquinati in Europa. In questo caso è evidente, molto spesso, la mano delle criminalità organizzate. Ma anche la noncuranza delle istituzioni gioca un ruolo chiave nel degrado marittimo. Secondo il rapporto “Mare Monstrum”, infatti, “la pesca abusiva, il cemento illegale sulle coste e l’assenza di depurazione rappresentano quei fardelli di illegalità che è difficile scrollarsi di dosso”. Il 2010, addirittura, ha fatto registrare un più 48% rispetto all’anno precedente riguardo i reati ambientali in questo settore.
di Andrea Succi & Carmine Gazzanni
 

 
Stando a quanto rilevato da Legambiente, sono dieci “i nemici del mare italiano”. Potremmo citare, ad esempio, la spaventosa crescita delle trivellazioni off-shore: a causa della semplificazione della normativa approvata dal Governo, infatti, molte società energetiche hanno potuto ottenere permessi di ricerca in zone estese per circa 39 mila km2 dislocati in 76 aree, localizzate per la gran parte “in aree di elevato pregio ambientale e considerate zone sensibili proprio per i loro ecosistemi fragili e preziosi da tutelare”. Altro “nemico” la minaccia del nucleare: il Governo Berlusconi, infatti, nel 2009 ha firmato con il governo francese un accordo per realizzare “4 reattori di tecnologia EPR da 1.600 MW (a cui se ne dovranno aggiungere almeno altri 4 per arrivare al 25% di elettricità dall’atomo)”. E quali le aree interessate? Aree costiere come Montalto di Castro (Viterbo), dove, secondo indiscrezioni, verrebbero realizzati 2 reattori.

Le altre località ipotizzate anche sono tutte città costiere o città affacciano sulle foci dei fiumi: Monfalcone in Friuli Venezia Giulia, Chioggia in Veneto, il delta del Po, Termoli in Molise, il Salento in Puglia, Termini Imerese e Palma di Montechiaro in Sicilia, la costa tra le province di Latina e Caserta e quella tra la provincia di Grosseto e Livorno in Toscana, la provincia di Oristano e l’Ogliastra in Sardegna.

Un’altra questione fortemente critica, ancora, è rappresentata dagli scarichi civili non depurati. Secondo il rapporto di Legambiente circa 18 milioni di abitanti (il 30% della popolazione) “non è servito da un impianto di depurazione, mentre il 15% non ha a disposizione una rete di fognatura dove scaricare i propri reflui”. Numeri certamente imbarazzanti per il settimo Paese più industrializzato del mondo. Non è un caso, infatti, che il nostro Paese sia stato deferito alla Corte di Giustizia Europea per violazione della direttiva sul trattamento dei reflui urbani con ben 178 Comuni finiti sul banco degli imputati. Di questi 78 sono in Sicilia (tra cui anche Palermo, Catania, Messina, Ragusa, Caltanissetta e Agrigento), 32 in Calabria (tra cui Reggio Calabria, Lamezia Terme e Crotone), altri comuni in Campania dove non potevano mancare Benevento, Napoli, Salerno, Avellino e Caserta, 19 comuni - fra cui Imperia, Genova e La Spezia - in Liguria; e poi dieci comuni pugliesi, le province di Campobasso, Isernia, Trieste e Chieti.

Non è un caso, allora, che i dati relativi al 2009 attestino una spaventosa crescita nell’inquinamento derivante dagli scarichi fognari illegali, cattiva depurazione e inquinamento da idrocarburi (aumento quasi del 45% rispetto all’anno precedente). Uno degli ultimi casi che ci lascia capire quanto drammatiche possano essere le conseguenze della noncuranza degli organi preposti alla vigilanza delle acque, è rappresentato dal Molise.

Per alcune settimane, tra novembre e gennaio, in ben otto comuni del Basso Molise (Larino, Termoli, Portocannone, San Martino in Pensilis, Ururi, Guglionesi, Petacciato e Campomarino) è stato vietato l’uso a fini potabili dell’acqua per l’elevata presenza di trialometani. “I trialometani – secondo fonti scientifiche - sono sospettati di creare danni al fegato, reni e al sistema nervoso centrale. Sono inoltre considerati cancerogeni”. Proprio per questo si è deciso di impedire che si potesse bere quell’acqua. Ma allora chiediamoci perché mai si è giunti a tale concentrazione di trialometani: queste particelle “si formano per un processo di reazione del cloro con la materia organica contenuta nell'acqua e la loro concentrazione è cresciuta con le piogge abbondanti di quei giorni”. Insomma, i trialometani si formano all’aumentare della presenza di cloro nell’acqua. Ed il cloro, infatti, in quelle acque abbondava. “Molise Acque” stessa – la società che gestisce il Lago artificiale del Liscione – ha ammesso il surplus di cloro, ma lo ha giustificato affermando che si è reso necessario a causa dell'aumento del carico di inquinanti e di fanghi nell’invaso dovuto alle piogge abbondanti e alle nevicate di quei giorni. Verrebbe allora da pensare che sia quasi normale e naturale la loro formazione. Ma così non è: “Lo è se il sistema di potabilizzazione è vecchio e non funziona come dovrebbe. Un adeguato sistema di potabilizzazione dovrebbe evitare proprio la formazione di questi elementi nocivi per la salute umana”. Ed infatti l’acqua che arriva nell'invaso viene depurata attraverso un impianto che gestisce direttamente Molise Acque. Ma quest’impianto è – appunto - “vecchio e non funziona come dovrebbe”. Infatti, qui, per “ripulire” l'acqua, vengono utilizzate sostanze chimiche. E questo giustificherebbe, ad esempio, anche la moria di carpe in notevole quantità, denunciata già da mesi precedenti.

Oggi l’emergenza pare essere rientrata, ma intanto i vertici dell’azienda speciale regionale “Molise Acque”, il presidente Stefano Sabatini e il direttore generale Giorgio Marone, sono ufficialmente indagati dallo scorso 15 febbraio per concorso in omissione di atti d’ufficio e avvelenamento colposo di acque. Agli indagati viene contestato di non aver preso le giuste misure di sicurezza per evitare la contaminazione chimica dell’acqua nonostante fossero consapevoli del fatto che il livello di trialometani nella diga del Liscione si era innalzato già da mesi e che anche diversi tecnici avevano consigliato di adottare tali misure.

Ma quanto detto non è che un esempio della triste realtà molisana. Una realtà nella quale ben 50 mila abitanti non sono coperti dal servizio di depurazione. Una grossa percentuale se ricordiamo che questa regione conta 320 mila abitanti. Ma d’altronde problemi di depurazione – come detto anche prima - sono presenti in diverse zone del nostro Paese: la regione in cui registriamo la percentuale più alta di cittadini non serviti da depuratore è la Sicilia con 2,3 milioni di persone (il 54% del totale). A seguire la Campania dove il servizio lascia scoperti quasi 2 milioni di cittadini. Nel Lazio e in Toscana, invece, circa 1,4 milioni (il 38% del totale) riversano ancora nei fiumi o nel mare.

Inquinamento, incuria, degrado, criminalità, indifferenza, sono queste le maggiori cause che stanno minacciando la sicurezza idrica, la biodiversità dei fiumi e l’alimentazione (frutta e verdura in particolare) che viene irrigata con acque a dir poco torbide.

Il Po di Volano, il torrente Parma, il fiume Mincio, lo Spino d’Adda, il canale Marcova, il Naviglio, il Volturno (il fiume più inquinato d’Italia..) sono tutti corsi d’acqua estremamente inquinati. E ancora.

Nel 2010 la rivista Focus ha raccontato “Gli orribili 7”: il fiume Aniene, l’Aterno-Pescara, il Lambro, l’Oliva, il Sacco, il fiume Saline e il fiume Sarno.

“All'inquinamento agricolo (l'acqua che torna alle falde o ai fiumi dopo essere passata sui terreni agricoli trasporta pesticidi e fertilizzanti) si aggiungono gli scarichi industriali più o meno trattati, ma il nemico numero uno degli ambienti fluviali sono gli scarichi civili e zootecnici. I liquami sono di per sé dei fertilizzanti, ma il loro eccesso produce un'esplosione di vita acquatica che in breve tempo consuma l'ossigeno dell'acqua e l'ecosistema fluviale a quel punto va in "crisi respiratoria" e molte specie muoiono: è la cosiddetta eutrofizzazione. Da notare che in Italia la depurazione civile è ancora assolutamente insufficiente: secondo il censimento Istat del 2008 il totale dei liquami civili scaricato nei fiumi senza subire nessun trattamento di depurazione è paragonabile a quello prodotto da 41 milioni di abitanti.”
I pesci possono morire direttamente nel fiume o sulle nostre tavole. Ma sempre inquinati e malati sono. E mangiare cibo infetto può causare tumori. Soprattutto al colon-retto ed allo stomaco..


Immagine tratta dal sito http://www.sciroccorosso.org
Amantea. Valle Oliva, riunione finale. Radioattività non dovuta a scorie

PAOLO OROFINO - Il Quotidiano della Calabria AMANTEA -  L’Arpacal quando, nel maggio del 2009,  parlò di “radionuclidi artificiali”  fece allarmare gli inquirenti, che stavano investigando sul presunto smaltimento illecito di scorie nocive nella vallata del fiume Oliva. Vallata molto vicina al tratto di spiaggia amanteana dove venti anni fa si arenò la motonave Jolly Rosso, che si fermò vicino Coreca, lasciando i sospetti di un misterioso spiaggiamento, mai completamenti chiariti. La vicinanza fra quella che è stata ribattezzata la “collina radioattiva” ed il punto dove si arenò la Jolly Rosso ha contribuito a far lievitare i dubbi sul carico trasportato dalla motonave e sul suo smaltimento. Per questo il procuratore Bruno Giordano, l’anno scorso ha disposto l’effettuazione dei carotaggi nell’intera area. Le trivellazioni sono andate avanti per due mesi in tutti i siti sospetti. Nel corso degli scavi sono stati individuate discariche abusive con picchi di arsenico e metalli pesanti, terreni che ora dovranno essere bonificati. Per quanto riguarda, invece, le emissioni radioattive, l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ha stabilito che si tratta di radiazioni originate da un particolare tipo di roccia, ridimensionando così il problema, enfatizzato dalla dicitura utilizzata dall’Arpacal che, relazionando sulle prime misurazioni superficiali eseguite presso la cava di Aiello con i contatori Geiger, comunicò alla magistratura di aver individuato il “radionuclide artificiale” . Il procuratore Giordano ha convocato la riunione anche per chiarire alcune incongruenze fra quanto affermato dall’Arpacal e le conclusioni dell’Ispra. “Dati relativamente contrastanti” li ha definiti lo stesso Giordano, che vuole capire il perché di queste differenze.
Fiume Oliva: da un mistero all’altro. Quando si finirà?
26 gennaio 2011
Non abbiamo potuto leggerli, ma è certo che l’Ispra ha consegnato i dati sulla radioattività del Fiume Oliva. Anche secondo il Comitato  De Grazia “Si tratterebbe di radioattività naturale”. Ed ancora ribadisce il Comitato  che  “ a pochi giorni dalla chiusura delle indagini mancano i dati complessivi. In questi ultimi giorni sono stati trasmessi dall'Ispra i dati preliminari sulla radioattività riscontrata nella cava di Valle del Signore, che confermano quanto affermato dai tecnici dell'Ispra durante i lavori di carotaggio, ovvero che si tratterebbe di radioattività di origine naturale. Così il procuratore Giordano si è visto costretto a convocare in Procura i tecnici dell'Ispra con quelli dell'Arpa Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna per metterli a confronto con quelli dell'Arpacal che nel 2009 certificarono la presenza di Cesio137 un radionuclide artificiale. L'incontro tra gli esperti dovrebbe tenersi nei primi giorni di febbraio, alla fine dello stesso mese scadranno i termini per le indagini preliminari e la Procura dovrà pronunciarsi: archiviazione o rinvio a giudizio degli indizia
Di questo incontro ha parlato anche Paolo Orofino che ha evidenziato come serva a “ spiegare alcune apparenti contraddizioni”.” Dati relativamente contrastanti - così li ha definiti lo stesso Giordano riferendosi alle conclusioni, circa l’origine della radioattività, raggiunte prima dall’Arpacal e poi dall’Ispra. Ovviamente quella dicitura “individuato il radionuclide artificiale” ha indotto un po’ tutti, inquirenti compresi, a ipotizzare la presenza di sostanza radioattive sotterrate. Oggi, però, l’Ispra ci dice che non è vero. Nel corso del colloquio fra tecnici dei diversi enti che si sono occupati della scottante questione, alla presenza del procuratore Giordano, si cercherà di chiarire queste incongruenze. L’ispra e l’Arpa-Piemonte hanno impiegato oltre sei mesi per consegnare al procuratore di Paola (che aveva disposto l’effettuazione dei carotaggi, come estremo approfondimento investigativo) la dettagliata relazione che ora “va letta, pagina per pagina” sostiene Giordano. Gli ingegneri della ditta che la primavera scorsa avevano eseguito le trivellazioni, nell’immediatezza delle operazioni, avevano già parlato di “radioattività naturale” probabilmente derivante da un particolare tipo di roccia tipico di quell’area. Quando verranno resi pubblici i contenuti della relazione dell’Ispra, si potrà capire qualcosa in più”.
Ed è così che il mistero si ispessisce ,cominciando dal fatto che la relazione debba essere letta “pagina per pagina”! Ma perché, come si leggono le relazioni che costano decine se non centinaia di migliaia di euro?
Cautela ? Certo, ma anche un deciso passo verso le certezze.
La radiazione è naturale od artificiale? La popolazione deve essere portata a conoscere la verità per decidere se restare od andare via da questa supposta Death Valley(  La Valle della Morte). Resta  inspiegabile, infatti, come il Cesio 137 presente in tutto il mondo e con valori assolutamente superiori a quelli dell’Oliva,possa essere inteso come radiazione esogena e tale da avviare una ricerca spasmodica delle fonti di inquinamento da radiazioni!
Il tutto, mentre appariva, ed appare, fortemente possibile, anzi certamente possibile, che nel letto del fiume siano presenti tutti i liquor della grandissima discarica abusiva che venne creata nel fiume e che aveva due straordinarie capacità, quella di nascondersi per non apparire a nessuno salvo a chi vi scaricava,  quella di essere stato il vero e più grande disastro annunciato dalle nostra città senza che nessuno lo intuisse e ne dichiarasse la gravità.
Ma allora nessuno aveva la attuale sensibilità ecologica ed ambientale.
Giuseppe Marchese
Fiume Oliva, il Comitato De Grazia vuole vederci chiaro
Fiume Oliva, il “De Grazia”: “Rendere pubblici i risultati delle analisi”. Intanto riprende vigore il movimento calabrese che portò lo scorso 24 ottobre migliaia di persone ad Amantea
Il popolo che chiede verità sulla vallata dell’Oliva, come sulle decine di siti contaminati sparsi per l’intera regione, si rimette in marcia.
In un’assemblea convocata nella sede del
Comitato Civico “Natale De Grazia” di Amantea
attivisti di diverse sigle associative si sono ritrovate per fare il punto sull’attuale situazione e programmare le prossime iniziative per difendere il territorio e tutelare la salute dei cittadini. Ad iniziare dalla vicenda della vallata del torrente Oliva dove da alcuni mesi sono in corso le attività di riscontro da parte dell’autorità giudiziaria per appurare la natura delle sostanze illecitamente smaltite in zona. Proprio per questa vicenda il Comitato “De Grazia” ha chiesto che “vengano resi immediatamente pubblici i risultati delle analisi condotte sui campioni di terreno prelevati nell’Oliva”.
«Non è possibile – affermano – che a distanza di diversi mesi non si abbia ancora prontezza di cosa è stato trovato nella vallata. Questa situazione di stallo crea molta tensione tra la popolazione che non comprende cosa possa essere avvenuto a ridosso delle proprie abitazioni. Circolano informazioni contraddittorie, rappresentanti delle istituzioni affermano che i dati in loro possesso sono “confortanti”, altri confermerebbero invece quanto dichiarato dal procuratore Bruno Giordano che prima dell’estate ha parlato di “cento metri cubi di fanghi industriali”». E’ il momento della verità, delle certezze. I cittadini vogliono sapere e per ottenere al più presto gli esiti delle analisi gli attivisti del Comitato assieme alle altre sigle presenti alla riunione annunciano battaglia. «Siamo pronti – spiegano – ad organizzare iniziative eclatanti per ottenere la pubblicazione dei risultati delle analisi e conoscere la verità su quanto accaduto nella vallata del torrente Oliva. Una verità che deve essere innanzitutto rivelata a quanti da anni risiedono in questa zona e nelle aree circostanti e che per questo temono per la loro salute». Da qui la richiesta agli enti che si sono occupati delle analisi di “far pervenire alla Procura di Paola e quindi rendere pubblici subito i risultati, per poter avviare immediatamente le opere di bonifica dei siti inquinati”.
Una richiesta che si allarga anche alle altre aree contaminate della Calabria e che porta gli attivisti del Comitato a lanciare una nuova iniziativa. «Stiamo organizzando – affermano – un nuovo evento ad un anno da quel 24 ottobre che ha portato nelle strade della nostra cittadina circa trentamila persone per protestare contro lo stato di abbandono dell’ambiente calabrese in sfregio anche alla stessa salute di tutti noi. Per quella data vorremmo poter discutere con esperti sui risultati delle analisi condotte nell’Oliva, su modalità e tempistica della bonifica. Per questo evento chiameremo a raccolta tutti quanti come noi stanno lottando in giro per la Calabria per salvaguardare i territori ed il diritto a vivere in una regione libera da qualsiasi forma di inquinamento».

Inquinamento Oliva, vertice in Procura Presenti anche studiosi di Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna
Ernesto Pastore -
Amantea
Potrebbe trattarsi di radioattività naturale, ma ancora mancano i dati complessivi sui quali ragionare e sgombrare il campo da ogni possibile alternativa. La situazione lungo il greto del fiume Oliva resta dunque incerta, anche se lo scenario appare certamente meglio definito rispetto a qualche mese addietro.
Nei giorni scorsi gli esperti dell'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca dell'ambiente) hanno consegnato le risultanze degli esami svolti per proprio conto alla Procura della Repubblica di Paola. Le indagini in questione, eseguite sui carotaggi di terreno prelevati tra la primavera e l'estate 2010, avrebbero però messo in luce alcune divergenze che dovranno essere ulteriormente approfondite. Secondo l'Ispra, infatti, l'attività radioattiva che è stata più volte registrata vicino l'area indicata con l'appellativo di "Valle del Signore" sarebbe di origine naturale e non derivante da scorie radioattive.
Ben diversa invece è la conclusione alla quale sono giunti i tecnici dell'Agenzia regionale per la protezione e la ricerca dell'ambiente che non solo hanno consegnato in tempi relativamente brevi la valutazione complessiva degli esami svolti, ma confermato anche il verificarsi di attività radioattiva. Le tesi dei due istituti devono ora essere confrontate e valutate con tutte le attenzioni del caso. Non c'è dubbio che da questo passaggio si definirà il futuro giudiziario dell'inchiesta, i cui termini per le indagini preliminari scadranno alla fine di febbraio.
A tal proposito il procuratore capo di Paola, Bruno Giordano, ha convocato per l'inizio della prossima settimana un vertice al quale parteciperanno i tecnici dell'Ispra e dell'Arpacal, ma anche quelli dell'Arpa Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna. Gli studiosi discuteranno sui dati certificati dalla stessa Arpacal che attestò la presenza di Cesio137, un radionuclide artificiale. Questo dato fa riferimento alla relazione dell'Arpacal trasmessa alla Procura di Paola il 2 marzo 2009 sugli esami strumentali condotti in superficie, definiti "analisi radiometriche campali".

Gazzetta del sud 27 gennaio 2011RIFIUTI: FIUME OLIVA; COMITATO, “ARPACAL CONFERMA NOSTRO ALLARME”
(AGI) - Amantea (Cs), 27 ott. - “I primi dati che arrivano dall’Arpacal confermano, purtroppo, le nostre preoccupazioni sul livello di contaminazioni da sostanze tossico-nocive dei territori dell’hinterland amanteano e sulle conseguenze che hanno avuto e potranno avere sulla stessa salute delle popolazioni”. Cosi’ il Comitato civico “Natale De Grazia”, che da anni si batte per conoscere la verita’ su quanto avvenuto nella vallata dell’Oliva, commenta la notizia del rinvenimento, ad opera del personale specializzato dell’Arpacal, nell’area del fiume di arsenico, fanghi prodotti da impianti industriali e probabilmente rifiuti derivanti da raffinerie. “Quanto riscontrato nell’Oliva - denunciano gli attivisti del Comitato - dimostra che persone, senza alcun amore per il proprio territorio e per chi vi abita, abbiano avvelenato coscientemente quest’area per ottenere, esclusivamente, personalissimi ritorni economici. Un comportamento criminale che sara’ valutato giustamente dalla procura della Repubblica di Paola che finora ha dimostrato con i fatti il suo alto livello di professionalita’”. Per il “De Grazia” ora si impone “da subito la necessita’ di intervenire tempestivamente sui luoghi per delimitare i danni gia’ provocati dalla contaminazione delle acque e dei terreni della vallata”. Da qui l’appello degli attivisti. “Occorre - sostengono - che ognuno, per le proprie competenze, dimostri con i fatti di voler proteggere la salute di quanti vivono in Calabria attivandosi per predisporre la bonifica dei terreni e delle acque contaminate. Per fare questo e’ necessario che la societa’ civile (composta da cittadini semplici ed associati) assieme alle istituzioni tutte facciano quadrato per tutelare la salubrita’ dei luoghi violentati da speculatori senza scrupoli e la qualita’ della vita di quanti vivono in questa martoriata terra”. Infine l’invito specifico ai comuni interessati dalla vicenda dell’avvelenamento dell’Oliva. “Lanciamo un appello - concludono gli attivisti del “De Grazia” - a tutte le amministrazioni pubbliche locali che hanno vissuto e continueranno a vivere sulla propria pelle questa emergenza ambientale affinche’ si schierino a viso aperto e senza remore contro quest’avvelenamento dei nostri territori costituendosi, immediatamente, parte civile nel procedimento penale in corso presso la procura di Paola. Ma soprattutto muovendosi all’unisono per chiedere con forza tutti gli adempimenti necessari a ripristinare lo stato naturale dei luoghi contaminati e garantire cosi’ la salute di tutte le popolazioni potenzialmente vittime di questo sopruso”. (AGI) Com
Fiume Oliva (Cosenza)
Oggi, presso gli uffici della Procura della Repubblica di Paola, sono stati consegnati i risultati delle ispezioni effettuate dall’Arpacal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente in Calabria) nelle acque del f iume Oliva. Dai riscont ri effettuati dal personale specializzato è emersa la presenza di arsenico, fanghi prodotti da impianti indust riali e rifiuti derivanti da raffinerie. I carotaggi sono stati ordinati dal procuratore della Repubblica di Paola, Bruno Giordano, che sta conducendo le indagini sullo smaltimento illegale di rifiuti nel corso d’acqua in provincia di Cosenza. L’attività investigativa ha f inora coinvolt o quat t ro persone che risultano iscrit t e nel regist ro degli indagat i con l’accusa di disastro ambientale. Il procurat ore della Repubblica, Giordano, in rif eriment o all’esito degli accertamenti svolt i, ha spiegato nel dettaglio che “Dai 91 carot aggi ef f et t uat i sono emersi rif iut i speciali, in part icolare f anghi industriali che non potevano essere smalt it i nel t erreno, ma dovevano f inire in un apposit o sit o che si t rova in Germania. Ci sono poi rif iut i pericolosi ed in part icolare è st at o riscont rat o un picco alt o di arsenico. Sono st at i poi rilevat i degli idrocarburi pesant i e rit eniamo che si t rat t i di scart i di raffineria”. Quant o alla pavent at a ipot esi circa la presenza di mat eriale radioat t ivo, il magist rat o
ha precisat o che “Per il moment o sulla vicenda della radioat t ivit à non possiamo ancora dire nulla perché at t endiamo gli esit i delle analisi af f idat e ad alcune Arpa dell’It alia set t ent rionale. Per quanto riguarda invece i rif iut i speciali t rovat i nel let t o del t orrent e, si pone ora il problema della bonifica dell’area”.
 Focus pubblica un report sui sette fiumi più inquinati d'Italia? Il terzo? L’Oliva!!
Una ricerca recentemente pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature accende i riflettori sulla crisi idrica che sta minacciando le riserve d'acqua dolce del pianeta: inquinamento, prelievo per usi agricoli, industriali e civili sono i principali responsabili di un prosciugamento che sembra non volersi arrestare. E se credete che siano soprattutto i paesi del terzo mondo o quelli in via di sviluppo a richiare di rimanere all'asciutto vi sbagliate: secondo lo studio di Nature tra le zone più a rischio ci sono proprio i paesi del Mediterraneo, Italia compresa. Ciò significa che nei prossimi decenni succederà sempre più spesso di dover decidere chi avrà diritto all'acqua: le città, i campi o i fiumi.
E le brutte notizie non finiscono qui: secondo l'IPCC, il centro di ricerca internazionale sui cambiamenti climatici, nei prossimi venti-quarant'anni in Europa i mutamenti del clima causeranno l'aumento delle precipitazioni nell'area a nord delle Alpi e la loro riduzione a sud. Insomma pioverà sempre di più dove l'acqua non manca, causando alluvioni, mentre le regioni meridionali saranno sempre più aride. Per il bacino del Mediterraneo gli studi prevedono una riduzione della portata media dei fiumi fino al 23% entro il 2020 e del 36% entro il 2070, anno in cui le portate estive dei fiumi si saranno ridotte dell'80% rispetto ad oggi. Contemporaneamente il progressivo aumento della siccità incrementerà il prelievo delle acque per usi agricoli, innescando un pericoloso circolo vizioso.
Ma in che stato versano i fiumi italiani? Purtroppo non buono: abbiamo fatto un giro per la penisola insieme a diversi esperti, e abbiamo fotografato... gli orribili 7, i corsi d'acqua più maltrattati sfruttati e inquinati del paese. Ecco cosa abbiamo trovato.
Fiume Aniene Lunghezza: 119 km
Portata media: 29 metri cubi al secondo
Estensione del bacino: 1.438,58 kmq
Abitanti nel bacino: 1.021.000
Stato ecologico: buono fino a Tivoli, poi peggiora progressivamente fino a scadente.
Le cause: eccessivi prelievi di acqua alle sorgenti; insufficiente depurazione degli scarichi civili, industriali e agricoli; intensa urbanizzazione del tratto finale del bacino
Fiume Aterno-Pescara Lunghezza: 145 km
Portate medie: 2,2 metri cubi al secondo (L'Aquila); 18 mc/sec (Popoli); 41 mc/sec (Bussi); 50 mc/sec (Pescara)
Estensione del bacino: 3.154 kmq
Abitanti nel bacino: 990.000
Stato ecologico: scadente vicino alle città, sufficiente lontano dai centri urbani.
Le cause: depurazione civile assente o insufficiente, discariche chimiche, prelievi eccessivi, sbarramenti.
Fiume Lambro Lunghezza: 140 km
Portata media: circa 60 metri cubi al secondo; fino a 560 mc/sec durante le piene
Estensione del bacino: 910 kmq Abitanti nel bacino: circa 17 milioni -
Stato ecologico: buono nel tratto prealpino e sufficiente in Brianza; tra scarso e pessimo nel tratto milanese. Lieve recupero nel tratto lodigiano.
Le cause: enorme sviluppo urbano e industriale, depurazione incompleta, sversamenti dolosi.
Fiume Oliva
Lunghezza: 19,45 km
Portata media: circa 1,3 metri cubi al secondo
Estensione del bacino: 59,5 kmq
Abitanti nel bacino: circa 2.600
Stato ecologico: non rivelato. I risultati delle analisi sono attualmente coperti da segreto istruttorio per le indagini in corso da parte della Procura di Paola.
Le cause: smaltimento di rifiuti tossici e radioattivi, discariche
Fiume Sacco Lunghezza: 87 km
Portata media: 16 metri cubi al secondo
Estensione del bacino: 1.530 kmq
Abitanti nel bacino: 1.335.000
Stato ecologico: da scadente a pessimo in tutti i punti tranne che in prossimità delle sorgenti.
Le cause: inquinamento chimico persistente di origine industriale; depurazione civile insufficiente, scarichi industriali abusivi.
Fiume Saline Lunghezza: 10 km
Portata media: 5 metri cubi al secondo
Estensione del bacino: 34 kmq; 616 kmq considerando anche il Fino e il Tavo
Abitanti nel bacino: 159.800 censiti
Stato ecologico: da scadente a pessimo nei centri abitati, sufficiente nei tratti a monte.
Le cause: smaltimento incontrollato di rifiuti di ogni tipo, discariche fuori norma, prelievi eccessivi.
Fiume Sarno Lunghezza: 24 km
Portata media: 13 metri cubi al secondo alla foce
Estensione del bacino: 438,97 kmq
Abitanti nel bacino: oltre 2.500.000
Stato ecologico: pessimo in tutto il suo corso.
Le cause: mancanza di fogne e depuratori, forte industrializzazione e urbanizzazione, eccessivi prelievi alle sorgenti.
A chi dire grazie ? Ora tutto il mondo ci conosce e ci eviterà ancora di più, se possibile!!! E notate che i fiumi sono in ordine alfabetico, ecco perché siamo  terzi. Se si fosse fatto un elenco di pericolosità saremmo probabilmente primi visto che il nostro è l’unico fiume nel quale viene riportato “lo smaltimento di rifiuti radioattivi!!! “ Ed ancora senza prova scientifica!!
E se, poi,  entrate nella pagina successiva, l’articolo comincia con questa terribile affermazione: CHI LO CONOSCE LO EVITA.
Io forse sono l‘unico ad aspettare ancora i risultati delle indagini  che la Procura sta facendo da tempo! Con pazienza e fiducia , incredulo che questo fiume sia davvero quello che da taluni viene detto essere. Io so per certo che è pieno di rifiuti urbani , che insieme alla spazzatura sono state sversate pile, batterie ed i loro contenuti quali il mercurio ed il piombo, eccetera; so per certo che la spazzatura è stata bruciata e che si è prodotta diossina ; so per certo che il Cesio 137 è in tutto il mondo e non vedo perché non debba essere qui, da noi, e non solo nell’Oliva; capisco che un “sistema politico, sociale, culturale, giudiziario, amministrativo”  che non ha visto per anni i rifiuti sversati abusivamente ed illecitamente proprio nel letto dell’Oliva può non avere visto anche altro; dubito però che chi ha responsabilità per la discarica e la sua omessa denuncia ora voglia far vedere altro, anche quello che non c’è!! Siamo a fine mese e dovrebbero arrivare i risultati promessi: anche per questo sembra strano questo articolo di Focus e la sua attenzione sull’Oliva. CHI LO CONOSCE LO EVITA  L'Oliva nasce dalla confluenza di più rivoli che scendono dal Monte Scudiero, in provincia di Cosenza. Scorre verso sud ovest lunga la vallata omonima e attraversa piccoli comuni rurali come Aiello Calabro e Serra D'Aiello. Sfocia nel Tirreno a Campora San Giovanni. Può ingrossarsi per le piogge in autunno e primavera, ma prosciugarsi in estate.
 Nonostante sia poco più di un torrente l'Oliva ha meritato l'attenzione dei vertici scientifici e istituzionali italiani. Le Arpa di Calabria, Piemonte, Emilia Romagna e Lombardia, l'Ispra, il Cnr, il Ministero dell'Ambiente, le Commissioni Parlamentari d'Inchiesta sui Rifiuti e sulla Mafia, le Università della Calabria e di Bologna, il Corpo Forestale dello Stato, il Comando Carabinieri per la Tutela dell'Ambiente e la Procura di Paola: in questi anni tutti hanno indagato sulla contaminazione dell'Oliva; le ultime campagne di studio sono in pieno svolgimento e i risultati sono coperti dal segreto istruttorio per l'inchiesta della Procura di Paola.
Per capire la preoccupazione di investigatori e scienziati si deve partire dal giudizio di un medico: «Nello studio che ho condotto tra il 2008 e il 2009 per conto della Procura», spiega il dottor Giacomino Brancati, consulente tecnico d'ufficio nell'indagine, «ho evidenziato che nella popolazione che nei decenni scorsi ha vissuto nella valle dell'Oliva vi è un evidente eccesso di mortalità e di ricoveri per malattie cardiovascolari e soprattutto per tumori maligni del colon, del retto, dell'apparato genito-urinario, della mammella e della tiroide». E la mortalità - secondo questo studio - aumenta avvicinandosi al fiume.
RIFIUTI RADIOATTIVI  Cosa ci sia di pericoloso nell'Oliva lo aveva già scoperto nel 2004 l'Arpa Calabria e negli anni successivi molte altre indagini hanno purtroppo confermato i risultati: nei sedimenti e terreni dell'Oliva ci sono metalli pesanti tossici e cancerogeni come arsenico, rame, zinco, nichel, vanadio, berilio, piombo, mercurio, selenio, tallio e stagno, oltre a PCB e diossine. Il piombo è stato trovato anche nelle carni dei polli, prova che la contaminazione è entrata nella catena alimentare. Ma soprattutto in alcuni punti sono stati trovati cesio 137, antimonio 124 e cadmio 109: radionuclidi di origine artificiale, ossia rifiuti radioattivi. La concentrazione di queste sostanze, che non possono essere state rilasciate da industrie locali, aumenta scavando in profondità nel terreno: qualcuno ha seppellito rifiuti industriali tossici e radioattivi in questa piccola valle calabrese.
LA MAPPA DELLE DISCARICHE  Il primo allarme l'aveva lanciato il Wwf locale nel 1999, ma era stato accusato di rovinare l'immagine turistica della Calabria. Nel 2004 alcuni militanti fondarono il Comitato civico Natale De Grazia e nel 2009 hanno pubblicato il dossier La valle dei veleni, che ricostruisce la situazione nel dettaglio. «Risalendo il fiume Oliva dal mare verso le sorgenti si incontrano quattro aree fortemente contaminate», spiega Gianfranco Posa, presidente del comitato. «Sotto lo sbarramento, a Serra D'Aiello c'è un sarcofago in cemento armato lungo 100 metri contenente mercurio e rifiuti industriali. Poco più sopra, sulla sponda sinistra, a Foresta c'è un'area contaminata da pcb e diossine, metalli pesanti e sostanze radioattive: si nota rispetto al territorio circostante perché intorno gli alberi sono secchi. Risalendo ancora, sulla riva destra si incontra una discarica abbandonata dove durante l'emergenza rifiuti degli anni '80 i comuni della zona hanno scaricato tonnellate di rifiuti urbani, industriali e ospedalieri. Infine, poco sopra c'è una cava abbandonata dove è stata rilevata una evidente anomalia termica per la forte presenza di sostanze radioattive nel sottosuolo.»
Qui il fiume lo si guarda "al contrario" e cioè dal mare, perché alcuni pensano che una parte dei rifiuti sia arrivata da lì. Il 14 dicembre 1990 la motonave Jolly Rosso si arenò su queste spiagge: anche se finora le inchieste non sono riuscite a provarlo rimane il sospetto che quella nave trasportasse rifiuti tossici per conto dei "soliti noti" e che dopo il naufragio qualcuno li abbia fatti sparire sotterrandoli nella valle dell'Oliva.