domenica 30 marzo 2014

IL BACO DA SETA.....


 - con la crisi si riscopre l'allevamento dei bachi da seta -


l CRA-API è diventato la sede della più importante banca genetica d'Europa per il baco da seta. Grazie all'acquisizione di 60 nuove razze di Bombyx mori provenienti dalla Francia, in seguito ad un accordo tra il CRA e l'INRA (l'omologo del CNR francese).


L’Unità Sericicola Internazionale dell’INRA, con sede a Lione, infatti ha concluso definitivamente le proprie attività alla fine del 2009 e ha ceduto circa 60 razze di baco da seta. Queste razze si aggiungono alle 130 razze di baco da seta e 50 cultivar di gelso già esistenti presso la sede del CRA-API di Padova. 

Con quest’acquisizione il CRA-API diventa la più importante banca genetica europea di germoplasma di Bombyx mori ed una delle più importanti a livello mondiale. Vengono acquisite razze di particolare importanza ai fini della ricerca scientifica, perché dotate di caratteristiche che le rendono preziose per gli studi di genetica. Ricordiamo, ad esempio, una razza polivoltina (che produce cioè più generazioni l'anno) con uova dotate di pigmentazione della sierosa (un mutante raro fra le razze polivoltine), alcune razze partenogenetiche (la partenogenesi - o riproduzione senza fecondazione - è fenomeno non comune nel baco da seta), alcune razze nominalmente polifaghe (il baco da seta è normalmente legato ad una dieta a base di foglie di gelso).

La caratterizzazione e miglioramento genetico della collezione già esistente di germoplasma di B. mori, nonché il mantenimento, studio e caratterizzazione delle razze francesi sono rese possibili dal progetto SERI.CO. del Ministero dell'agricoltura (Mi.PAAF). Il progetto è articolato nelle diverse fasi di conservazione del germoplasma e prevede perciò l’esecuzione di allevamenti di riproduzione suddivisi in più periodi dell’anno e svolti su foglia di gelso e dieta sostitutiva, nonché l’attuazione di un programma di miglioramento genetico finalizzato al mantenimento dei tratti morfologici e dei caratteri quantitativi delle razze utilizzabili per la produzione commerciale di seta -




COME SI FA LA SETA -
Autore: Giuseppe Fontana
LA GELSI-BACHI-COLTURA ED ATTIVITÀ SERICA IN CALABRIA DAL PASSATO SINO ALLA SITUAZIONE ATTUALE -
ORIGINI DELL’INDUSTRIA  SERICA  IN  CALABRIA. Divergenti sono le opinioni riguardo alle origini dell’industria serica  in Clabria. Ciò  perché,  molto spesso, sono  state  accettate  tradizioni  diverse, senza  alcun   controllo critico. La più radicata di queste tradizioni   fa  capo ad  Ottone da  Frisinga, il quale  scrive che  Ruggero II, re  di  Sicilia ( 1130 - 1154 ), fatta  guerra  nel 1148  all’imperatore Emanuele Commeno, Imperatore d'Oriente. Ma l’industria  serica  era   conosciuta, a  Catanzaro, molto  tempo  prima di tale  guerra. Infatti a prova di ciò, nella Storia critica e cronologica  del Patrono  di  San Bruno  e del suo Ordine  riscontriamo un diploma del 1089, il quale nell’indicare  i confini di un  podere, parla di una  piantagione di gelsi; il che prova che l’industria serica doveva essere in Calabria  più  antica  di  Ruggero. L’esistenza di questa piantagione nel 1089 conduce ad un’altra induzione, secondo la quale il  primo  albero di  gelso conosciuto  è  il gelso moro. I  primi ad  introdurre  la  lavorazione  della  seta a Catanzaro  furono i bizantini. A sostegno di quest’ipotesi si adduce l’origine stessa di  Catanzaro, che  sarebbe   bizantina, ed  i continui rapporti della città con la madrepatria. Ma l’esistenza in Calabria della bachicoltura e della trattura della seta  risale comunque ad un  periodo anteriore al  Mille. Nonostante ciò nondimeno si può escludere che gli Arabi, dimorando stabilmente in Sicilia, non abbiano, come gli Arabi di Spagna, impiantato opifici  ed intrapreso il  commercio della seta. Infatti i  Saraceni   si  stabilirono in  Calabria  con  l’evidente intenzione di rimanervi   pertanto  è da  pensare  che, almeno nelle zone  in cui  il  loro  dominio  fu più  duraturo, agissero  in  vista  di  tale prospettiva, dedicandosi all’agricoltura e ad attività collaterali. Considerando il  problema  da questo punto,  non  vi  sarebbe nessuna  difficoltà ad affermare che furono   Saraceni ad  introdurre  in  Calabria  la  coltivazione  del  gelso, la  bachicoltura e  la trattura  della  seta. Tuttavia  si  tratterebbe anche  in questo caso di ipotesi non suffragate da documenti.

video

DIFFUSIONE ED INCREMENTO DELL’INDUSTRIA SERICA IN CALABRIA NEL MEDIOEVO. Con  i Normanni,   cominciare  da Ruggero  II ,  aveva  inizio  il  processo  di  perfezionamento  della tessitura serica, che, comunque  doveva  già  da  tempo essere praticata, in ambito più ristretto e propriamente familiare, in  Sicilia ed in  Calabria. Il livello di perfezionamento raggiunto dall’industria siciliana  in quel periodo è testimoniato  dal così detto Ugo Falcando. Che un analogo processo di perfezionamento e di incremento della produzione e della lavorazione della seta fosse  incominciato anche in Calabria, possiamo soltanto dedurlo dall'  affermazione del Vescovo di  Frisinga e dal successivo incremento che l’industria calabrese ebbe al tempo di Federico II di Svevia (1220-1250). Questi si adoperò con ogni mezzo d’incrementare l’economia calabrese, istituendo grandi fiere nei centri più importanti ed in determinati periodi dell’anno.  Sul finire del secolo XIII, soprattutto dopo la decadenza del setificio siciliano, avvenuta metà del secolo XIII a causa dell’emigrazione  dei musulmani, l’industria calabrese cominciò a guadagnare i mercati italiani. Protettori  ne furono  gli Angioini  che,  per quanto  gravassero la seta col dazio di  cinque  grana   libbra, dazio  sul quale non mancarono concessioni a privati, tuttavia  sgravarono  l’industria manifatturiera e salvaguardarono con  dazio  protezionistico  la produzione  di seta  indigena  da quella importata. La città di Catanzaro si avvantaggiò dei provvedimenti protezionistici, essendo  zona di maggiore diffusione della produzione serica e centro manifatturiero molto importante. Fu un  periodo  di  gran  fortuna  per l’industria  catanzarese. I pregiati Cathanzariti incominciarono  ad essere conosciuti  fuori della Calabria, e fu proprio allora che l’arte della  tessitura   quella della  tintoria  ad  essa connessa vennero diffuse in  altri  paesi dagli  artigiani  calabresi. Lo sviluppo dell’arte della seta  fu ancora maggiore in  epoca aragonese. A Catanzaro  lo sfoggio di abiti di seta giunse,  intorno al 1450,  a grandi lussi e diffusione.  Anche se a Catanzaro  la bachicoltura  e la trattura della sete ebbero sempre uno sviluppo maggiore  che altrove,  tuttavia,  in  epoca  aragonese,  essa andò diffondendosi in tutta la regione. In  documenti  dell’epoca,  infatti,  si  legge  che  nel  1464  e nel 1466 si  estraeva seta da Taverna. Nel 1492  Seminara, contro le pretese del conte  di Aiello, chiedeva di essere esentata, come già lo erano Tropea,  Scilla, Bagnara, Reggio   Fiumara di Muro, dal dazio sul commercio della seta grezza. I  mercanti  fiorentini  esportavano  seta  da  Squillace, Cosenza, Bagnara, Reggio. A Reggio e nel suo distretto si  produceva una qualità di  seta famosa per la sua lucentezza, conosciuta col nome di  Sambatello così detta perché veniva lavorata ai piedi della salita di Sambatello. Nella Calabria cosentina, oltre a  Cosenza, dove  la  bachicoltura costituì una delle pochissime risorse economiche  della città, altri centri di produzione serica furono Montalto, Acri, S.Marco, Castrovillari, Morano e  Bisignano. Proprio al principe di Bisignano, Geronimo Sanseverino, fu  venduta  per  18000  ducati  dal  re  Ferdinando I, nel 1483, la gabella della seta col nome di seta di Calabria.

video

I MERCANTI  DELLA SETA. Nella vita economica calabrese i mercanti avevano un ruolo di primo piano. Essi costituivano una classe privilegiata e potentissima; possedevano una gran  forza contrattuale che a volte permetteva loro di contrastare l’autorità stessa dell’università. Mentre in altre regioni e città  la nobiltà si dedicava attivamente al commercio, in Calabria essa era, fatta qualche eccezione, completamente assente, se non quando di ostacolo. Il che contribuiva ad impedire il sorgere e l'affermarsi di un’industriosa ed efficiente borghesia nelle città, la mancanza della quale favoriva l’invadente penetrazione dei banchieri e dei mercanti forestieri. Gli strati più umili della popolazione calabrese, sopraffatti dalla miseria e dalla fame, erano completamente assenti dalla vita economica e commerciale, la quale malgrado ciò era abbastanza florida. In Calabria, oltre ai mercanti stranieri operavano gli Ebrei, i quali avevano un ruolo importantissimo nella  crescita economica della regione, ed in particolare nello sviluppo dell’industria serica e della tintoria, dove investivano ingenti capitali traendone forti guadagni. Il loro intervento non si limitava soltanto a quello redditizio della seta, ma tutti i settori dell’economia calabrese beneficiavano della loro alacre attività imprenditoriale. Agli Ebrei era riservato questo monopolio del credito, quasi come una funzione di Stato. Erano presenti dovunque in Calabria, in comunità a parte. Catanzaro, dove l’attività industriale e commerciale era più progredita che altrove, presenta il caso tipico di una comunità ebraica, nella quale  quanto più crebbe la  potenza economica tanto più progredì la sua condizione giuridica e la sua influenza nella vita cittadina. A Catanzaro gli Ebrei dominavano l’economia locale, che s’identificava con l’industria della seta. Essi anticipavano il denaro necessario alle spese per l’allevamento del baco da seta; possedevano filande e telai propri; impegnavano i coltivatori a consegnare tutta la produzione e l’acquistavano preventivamente; traevano dalla seta grezza tessuti ricercati, che poi vendevano agli stranieri. Reggio fu pure uno dei più importanti centri d’immigrazione ebraica. Gli Ebrei apportarono nel distretto reggino un grande incremento all’industria serica usando la colorazione dell’indaco. Inoltre essi incettavano tutta la produzione della seta impegnando i produttori, nel modo indicato già parlando di Catanzaro. Il prezzo stesso della seta veniva fissato sotto l’indiretto controllo degli Ebrei, che avevano nelle loro mani   il credito locale. Questa forma di monopolio non poteva certamente essere gradita ai mercanti cristiani e specialmente genovesi, che, protetti dal governo spagnolo, si adoperarono per abbatterla, contribuendo anche a creare quel clima di ostilità verso gli Ebrei che porterà infine alla loro espulsione dall'intera Calabria.
La seta nell’economia calabrese nel Tardo Medioevo sino al Rinascimento. Per avere un primo ordine di grandezza, si consideri che nel 1610 il valore dei 200-250.000 chilogrammi di seta che si esportavano ogni anno dal Regno di Napoli -senza la Sicilia- era pari a 3 milioni di ducati. L’esportazione riguardava -come si scriveva allora- la "seta lavorata e sana": e cioè i tessuti di seta e la seta greggia. La sola materia prima valeva circa 1 milione e mezzo di ducati. Questa seta proveniva quasi completamente dalla Calabria. Benché Napoli fosse allora la città più importante del Regno per la produzione di tessuti di seta, una certa quantità veniva realizzata anche in Calabria e soprattutto a Catanzaro. Il valore complessivo -di seta greggia e tessuti- prodotto in Calabria doveva, dunque, corrispondere a circa 2 milioni di ducati. Nello stesso periodo un bracciante calabrese riceveva come salario mensile 1 ducato insieme a un mezzo quintale di grano (che più o meno, in valore, raddoppiava il salario in moneta). Col ricavato dell’esportazione della seta dalla Calabria si sarebbero potuti pagare, dunque, i salari di ben 80-90.000 lavoratori. Dato che il salario di un lavoratore agricolo, sia pur basso, è pur sempre circa il doppio del reddito medio di una persona, il valore della seta esportata poteva corrispondere al reddito annuo di 150-200.000 individui. Si consideri solo che, alla stessa epoca, la popolazione della regione era di 500.000 abitanti. Se anche si volesse ridurre il valore della seta -materia prima e drappi- realmente prodotto in Calabria, il rilievo per l’economia della regione rimarrebbe, comunque, ancora considerevole.
L'importanza del Gelso bianco nell'industria serica. Dal momento che la seta viene prodotta, innanzitutto, dal lavoro dei bachi, che i bachi si nutrono delle foglie del gelso bianco e che il gelso, per crescere, deve affondare le sue radici nella terra, gran parte del reddito andava ai proprietari di terre. Erano i baroni calabresi a trarre i maggiori vantaggi economici da questo fiume di denaro che arrivava in Calabria come pagamento della seta esportata. Sembra che il gelso bianco abbia cominciato le sua avanzata in Europa proprio a partire dalla Calabria, dove fu introdotto dai Bizantini già alla fine del IX secolo. In Italia, a quell’epoca, si conosceva solo il gelso nero, con cui era più difficile allevare i bachi. Nei secoli successivi la presenza del gelso si estese. Un’epoca di forte espansione fu proprio il Cinquecento. La gelsicoltura avanzò ovunque in Italia: dal Sud verso le regioni centro-settentrionali. In Calabria, dove il gelso era conosciuto da secoli, la pianta guadagnò terreno. Si producevano 431.798 libbre (138.478 kg) di seta greggia nel 1546. Si era arrivati a 811.483 libbre (260.242 kg) nel 1586. La regione si trovò allora in una condizione di vantaggio: aumentava la domanda di tessuti di seta. I centri di produzione più forti, che si trovavano a Nord, avevano bisogno, di conseguenza, di maggiori quantitativi di materia prima. A quell’epoca, però, le loro campagne ne producevano ancora poca. La domanda di seta calabrese aumentava e aumentava il suo prezzo. I proprietari fondiari sfruttarono la congiuntura favorevole moltiplicando il numero dei gelsi sulle proprie terre: spesso accanto ad altre coltivazioni o in sostituzione di esse. Nei contratti di affitto i coloni erano talora tenuti a piantare gelsi. Alla fine del Cinquecento i gelsi occupavano ampi spazi sia della Calabria: interessavano un terzo almeno di tutta la regione. Allora un terreno con gelsi rendeva intorno al 10 per cento annuo del suo valore. Ben più degli altri terreni coltivati a grano o a viti.
La bachicoltura e la trattura. Uno stadio decisivo nella produzione della seta è costituito dall’allevamento dei bachi. Quest’attività si svolgeva durante la primavera e occupava migliaia di contadini calabresi, in un periodo dell’anno in cui i lavori agricoli richiedevano sforzi minori. Per l’allevamento dei bachi, condotto nelle abitazioni contadine in condizioni igieniche assai precarie, erano necessari grandi quantitativi di foglia di gelso. Chi si occupava della Bachicoltura ne raccoglieva un po’ sulle proprie terre o su quelle che aveva in affitto. Quasi sempre, però, ne doveva acquistare dai proprietari fondiari, spesso indebitandosi. Il debito veniva estinto in seguito in denaro, oppure in seta. Una volta che il baco aveva formato il bozzolo, la fase successiva di lavorazione era quella della trattura: consisteva nell’immersione del bozzolo in bacinelle di acqua calda in modo da sciogliere la sostanza collosa (sericina) che tiene uniti i fili di seta e formare le matasse di seta greggia. Quest’operazione veniva svolta non dagli stessi bachicoltori, ma da artigiani che possedevano gli attrezzi necessari: conche e bacinelle di rame, fornelli. Le famiglie contadine ricevevano per un lavoro pesante e sporco come quello dell’allevamento dei bachi entrate modeste, ma significative, se confrontate al fabbisogno totale minimo per la sopravvivenza. Nel periodo dell’anno in cui l’attività si svolgeva, le donne ed i bambini soprattutto non avrebbero avuto altro da fare. Il loro tempo di lavoro aveva valore zero. Un po’ di denaro era meglio di niente. Maggiore di quello dei contadini era il guadagno che ne ricavavano i trattori: comprendeva sia il compenso per il lavoro svolto, che anche quello per i capitali impiegati. Il fiume dei redditi della seta che arrivava in Calabria si spargeva, dunque, nelle case delle campagne, oltre che nei palazzi dei baroni. E dalle case contadine rifluiva sui mercati rurali e animava la circolazione interna creando occasioni dirette e indirette di lavoro e spandendo i suoi effetti ad ampio raggio.
Dal baco al filo. La produzione della seta greggia fu una delle attività fondamentali delle campagne calabresi per circa un millennio: dal IX secolo alla fine del XIX. Il baco da seta, nutrito con foglie di gelso, emette una bava sottilissima (che può arrivare alla lunghezza di 1500 metri) con cui si avvolge formando il bozzolo. L’operazione che veniva compiuta sui bozzoli -la trattura - consisteva nell’immersione dei bozzoli in bacinelle di acqua a 50-70 gradi, e nell’avvolgimento di 3-5 fili in modo da formare un filo unico più robusto. Questo, tramite un aspo, andava a formare una matassa. La lavorazione successiva -l’incannatura - consisteva nel trasferire il filo da matasse a rocchetti. La macchina usata era l’incannatoio. A questo punto la materia prima era pronta per la successiva fase di lavorazione -la torcitura- che consisteva nell’unire più fili di seta tratta e torcerli insieme per ottenere un filo più resistente da usare per la fabbricazione delle stoffe di seta.
Dalla seta greggia al tessuto. La maggior parte della seta prodotta in Calabria abbandonava la regione nella forma di matasse. Dal momento che essa era sottoposta al pagamento di una gabella imposta dal governo napoletano e appaltata a grandi famiglie, come quella dei Bisignano nel Cinquecento, una parte del valore della seta calabrese andava a finire nelle casse pubbliche.  La torcitura di più fili di seta tratta per ottenere il filato vero e proprio e la tessitura venivano svolte, per la maggior parte, altrove: a Napoli, ad esempio, oppure nelle città del Centro-Nord. In questi centri di produzione di tessuti la materia prima veniva smerciata dai mercanti settentrionali, per lo più genovesi, con buoni profitti. Una fonte di entrata la seta lo era anche per i contrabbandieri, che la trasportavano per mare e la sbarcavano di notte nella costa di Posilipo, Chiaia, Santa Lucia, Marina del Carmine, da dove prendeva infine la via delle botteghe napoletane. Non tutta la seta greggia prodotta in Calabria abbandonava la regione. Una quota relativamente modesta veniva lavorata all’interno: dai tessitori che vivevano nelle città e anche nei centri minori. Catanzaro, che contava 300 telai all’inizio del Cinquecento, era il centro di produzione maggiore. Nel 1519 vide riconosciuto il suo primato con la concessione, da parte di Carlo V, del Consolato dell’Arte della seta, un’istituzione con compiti giuridici nel settore dell’industria serica. A Catanzaro si fabbricavano velluti, dubletti, rasi, ermisini, taffetà, terzanelle, telette, ecc. Avevano smercio in Calabria e nel resto del Regno. Il numero dei telai aumentò a 1000 negli ultimi decenni del Cinquecento. Della seta vivevano a Catanzaro 5000 persone, su una popolazione cittadina di 10.000. Anche a Cosenza la produzione di seta era ragguardevole. Minore era il peso della tessitura in centri come Reggio e Paola.
Il movimento. Nel Cinquecento, come si è visto, la domanda di tessuti di seta esterna alla Calabria aveva rappresentato un contribuito importante al processo di crescita che aveva avuto luogo durante tutto il secolo. L’aumento della domanda aveva indotto a piantare più gelsi; la bachicoltura aveva progredito; la trattura si era allargata; il commercio con l’esterno si era moltiplicato; anche la tessitura urbana era avanzata. Tutto ciò aveva consentito la formazione di redditi soprattutto nelle casse dei proprietari fondiari maggiori. Ne avevano tratto beneficio, tuttavia, anche le popolazioni nelle campagne e gli artigiani in città e anche fuori. E questa ricchezza aveva contribuito potentemente a stimolare gli scambi interni e la circolazione di moneta e di beni. L’esportazione di seta aveva messo in moto una serie di meccanismi moltiplicativi di ampio raggio che avevano stimolato la crescita dell’economia tutta. Questa fase di crescita durò per tutto il Cinquecento. Mentre la gelsi-bachicoltura si veniva riducendo e con essa si riduceva la formazione di redditi nelle campagne, resisteva, invece, la produzione cittadina di tessuti. Le poche informazioni disponibili per la seconda metà del Seicento suggeriscono un livello produzione buono a Catanzaro, a Reggio, a Cosenza. Questi centri sono capaci di soddisfare, almeno in parte, la domanda interna delle città del Regno. A Catanzaro i telai attivi nel 1670 si scriveva che fossero ancora 1000, come un secolo prima. Poi il loro numero diminuì. All’inizio del Settecento se ne contavano 400. Galanti ricordava l’esistenza di 270 telai verso il 1780. La loro produzione di tessuti continuerà ancora nel Settecento e nell’Ottocento, sia pure a un livello assai più modesto che nella seconda metà del Cinquecento e nella prima del Seicento.
LA DECADENZA DELL’ARTE DELLA SETA in Calabria. La decadenza investì  in modo vistoso l’economia calabrese ed in particolare il settore della seta  proprio all’inizio dell’età moderna. Nella prima metà del Seicento si ebbe un forte rallentamento dell'attività serica. In parte ciò dipese dalle crescenti difficoltà economiche che interessavano tutti i paesi europei. L’aumento della produzione agricola era stato più lento dell’aumento della popolazione. I redditi erano diminuiti col passare del tempo. La produzione industriale aveva risentito del calo della domanda. L’aumento della concorrenza che ai produttori italiani facevano i produttori dell’Europa settentrionale aveva finito per aggravare queste difficoltà. A queste ragioni di carattere generale si sommavano ragioni specifiche, che riguardavano la Calabria. Le esportazioni calabresi di seta greggia verso il Nord Italia, che costituivano la voce di gran lunga più importante delle esportazioni calabresi, erano diminuite drasticamente sia a causa delle difficoltà delle industrie settentrionali, che anche in seguito all’espansione della gelsicoltura nel Centro-Nord. Le industrie toscane, lombarde, venete, non avevano più bisogno di acquistare le sete della Calabria come era accaduto in precedenza. La congiuntura favorevole di cui la regione aveva beneficiato nel Cinquecento s’interrompeva. Non solo l’espansione della gelsicoltura si arrestava, ma si abbattevano i gelsi, a vantaggio del grano, della vite, dell'olivo e di coltivazioni all'epoca più redditizie. Senz’altro questi furono motivi che contribuirono all’ulteriore decadenza, ma non spiegano l’origine della crisi che bisogna far risalire ai primi decenni del XVI secolo. Infatti non si deve trascurare l'elemento ebraico nella produzione e nel commercio della seta e più in generale al ruolo vitale che essi ebbero in quell’incipiente rinascita economica della Calabria. Gli Ebrei per più secoli furono gli animatori della vita economica calabrese, la quale non era certo favorita dalle condizioni  politiche e sociali che  oggettivamente costituivano un freno alla libertà del commercio e dell’impresa. Pertanto è impossibile non considerare la connessione tra l’espulsione degli Ebrei e la decadenza dell’economia calabrese. Con l’estromissione degli Ebrei e dei loro capitali, molte industrie e molte attività commerciali cessarono di esistere; le fiere persero la loro animazione, il costo del denaro salì di cinque e fino a dieci volte su quello corrente; il pubblico erario fu intaccato profondamente per le difficoltà incontrate nell’esigere le tasse. Si cercò di correre ai ripari. Fu permesso che i mercanti ebrei continuassero a visitare le fiere e per un certo tempo questo avvenne. Essi venivano, però, in veste di mercanti e non più con quella funzione economica ed imprenditoriale predominante che avevano avuto in precedenza. Le fiere calabresi andarono sempre più decadendo e con loro l’arte     della seta che  aveva rappresentato il  settore più dinamico e produttivo dell’economia calabrese.
Cosa si richiede per una bachicoltura familiare
Chi si accinge ad effettuare l'allevamento del baco da seta, per ricavarne un reddito, deve garantirsi alcune condizioni, senza le quali qualsiasi fatica sarebbe inutile. Queste condizioni sono:  possedere le fondamentali conoscenze sul baco da seta, la sua biologia e le sue esigenze; disporre di un ambiente adatto al suo allevamento e di attrezzi adatti; assicurarsi il rifornimento adeguato di foglie di gelso; avere la possibilità di dedicare il proprio tempo alle pratiche di allevamento, senza dover ricorrere a collaborazioni retribuite;  poter facilmente commercializzare il prodotto ottenuto.
Situazione attuale dell'attività serica in Calabria e Gelsi-bachicoltura moderna. La gelsi-bachicoltura richiede una grande mole di lavoro manuale, ma pochi investimenti, il primo è stato il motivo per il quale la seta è importata da Paesi ad economia rurale, mentre i secondi stanno favorendo il risveglio dell'interesse verso l'allevamento del baco da seta. In Calabria esistono delle realtà molto interessanti in proposito. Infatti non bisogna credere che tutto sia finito, anzi con costruttiva testardaggine a Cortale (CZ), come a Caulonia (RC) ancora si coltiva il Gelso ed il baco da seta, si tessono manufatti pregiatissimi e stupendi.  Ad Acri è stato creato un impianto gelsi-bachicolo con l'assistenza qualificata dell'A.R.S.S.A. Di Mirto Crosia (CS).  In passato, come si può notare nei dipinti del XVII e del XVIII secolo, sia i nobili che il ceto medio indossavano un qualcosa di seta, in Calabria. La stessa cosa dovrebbe accadere ora, perché indossare una cravatta (ne esistono vari tipi) o un foulard, una camicia è cosa diversa dalle solite robacce sintetiche e scialbe, che ci propinano. I giovani dovrebbero essere maestri in questi fantasiosi accostamenti, magari proponendo la loro vivace personalità, divenire gli stilisti calabresi della nuova generazione, rifacendosi magari, anche se con un solo lieve accenno, alla tradizione del passato.
video

Il Baco da seta
Il baco da seta, o bombice, è un insetto (Bombyix mori) appartenente all'ordine dei Lepidotteri (o Farfalle) ed alla famiglia dei Bombicidi, oggi non più esistente allo stato selvatico. Nel corso dei secoli è stato fortemente addomesticato dall'uomo e questa evoluzione forzata lo ha differenziato in diverse varietà, tutte che compiono una sola generazione all'anno. La specie è ovipara ed a sessi separati. Come per tutti gli insetti a metamorfosi completa, lo sviluppo post-embrionale si svolge attraverso le tre fasi morfologiche di larva, pupa (crisalide), adulto (farfalla). Le larve sono fitofaghe (si nutrono di tessuti vegetali) e monofaghe (si alimentano solo con foglie fresche di Gelso). Il suo periodo di accrescimento viene suddiviso in età e mute, prima di incrisalizzarzi e di divenire farfalla. Durante queste fasi la larva (o bruco) presenta specifiche e diverse esigenze . - 

venerdì 28 marzo 2014

IL 1° APRILE PARTE SALVO IMPREVISTI LA NUOVA AZIENDA DELLA REGIONE CALABRIA...TANTE LE ASPETTATIVE...MOLTE LE NOVITA' - 
CALABRIA VERDE - DIRETTORE GENERALE  IL
 Dott. PAOLO FURGIUELE.

la Redazione: I NOSTRI AUGURI AL NUOVO DIRETTORE GENERALE, CHE POSSA DARE GRANDE IMPULSO A QUESTA NUOVA REALTA'  , CHE VEDE PROTAGONISTI UOMINI E DONNE LAVORATORI DEL SETTORE FORESTALE E DELLA SORVEGLIANZA IDRAULICA DELLA NOSTRA CARA CALABRIA.


lunedì 17 marzo 2014

LA CALABRIA SI DEVE ATTREZZARE...SPECIE NEI CASI DI ALLERTA METEO

''Così monitoriamo il fiume con il drone''


video

La cassa d'espansione dell'Arno in località Roffia nel comune di San Miniato in provincia di Pisa era sul punto di esondare a causa della piena. Il livello delle acque è stato monitorato con diversi sopralluoghi aerei compiuti grazie all'utilizzo di un drone messo a disposizione da un volontario della Misericordia locale. A causa delle preoccupazioni causate da una possibile esondazione una cinquantina di famiglie dell'area interessata sono state evacuate in via precauzionale.

LA REDAZIONE DEL BLOG: LEGGETE GLI ARTICOLI DA NOI PROPOSTI A SUO TEMPO...


domenica 16 marzo 2014

IL FUTURO DEL CONTROLLO DEL TERRITORIO BOSCHIVO  E DEI FIUMI ATTRAVERSO I DRONI......

lunedì 3 marzo 2014

LA MONTAGNA SI TINGE DI ROSA

LA MONTAGNA SI TINGE DI ROSA.....IL RUOLO DELLE DONNE IN AFOR ROSA... ATTENDENDO LA NUOVA AGENZIA  CALABRIA VERDE


Lo strumento più potente per salvare le foreste

Lo strumento più potente per salvare le foreste

Google e il più importante istituto sulle risorse planetarie hanno lanciato il Global Forest Watch. Lo strumento migliore contro la deforestazione.
Si chiama Global Forest Watch e, a oggi, sembra essere lo strumento più efficace e veloce per monitorare lo stato di salute delle foreste nel mondo e contribuire alla prevenzione della deforestazione illegale. Che ogni minuto scompaia un’area forestale grande quanto 50 campi da calcio può essere un dato già letto o sentito da qualche parte. Ma rispondere alle domande dove, quando e chi è responsabile è più complicato. E anche quando si identifica con precisione il colpevole e l’area, è troppo tardi per intervenire.
Così il World Resources Institute ha dato vita a un progetto unico grazie alla collaborazione di 40 partner, come Google, l’Università del Maryland, Esri e Imazon. Global Forest Watch per la prima volta unisce una quantità sconfinata e aperta di dati alle milioni di immagini satellitari in alta risoluzione raccolte in 40 anni e messe a disposizione liberamente dallo United States Geological Survey, l’agenzia geologica americana.

Grazie a questo strumento è possibile tenere sotto controllo la situazione delle foreste di tutto il mondo in tempo reale. Le ong possono lanciare e condividere segnalazioni di situazioni anomale nel momento stesso in cui avvengono o registrarsi per riceverle da altri utenti. Tutti possono darne notizia e chiedere risposte immediate a governi, imprese e organizzazioni in modo da evitare che l’attività di deforestazione illegale prosegua.

Il mondo ha perso 2,3 milioni di chilometri quadrati di foreste dal 2000 al 2012 e questo ha contribuito a rendere più grave il fenomeno del cambiamento climatico. Le foreste infatti assorbono e immagazzinano CO2. Ma in pochi sembrano essersene accorti. Si dice che “se un albero cade in una foresta e non c’è nessuno che lo sente, non fa rumore”. Ma da oggi tutti possono sentire il rumore di ogni singolo albero che cade e impedire che ne cada un altro.